Gare, agonismo e sfide nel parkour


Equilibrio in altezza - Uncensored Runners scuola di parkour a Padova
Equilibrio in altezza - Uncensored Runners scuola di parkour a Padova

Sempre più spesso sentiamo parlare di competizioni nel mondo del parkour e anche il praticante meno attento si sarà di certo accorto che attorno a questo argomento da tempo fioriscono dibattiti intensi. Proviamo ad analizzare la questione più nel dettaglio.

 

Dagli albori della nostra disciplina, nata dall'idea di spingere sempre oltre i propri limiti, i fondatori hanno sostenuto l'importanza di considerare il non agonismo come un carattere costitutivo ed essenziale della pratica dell'arte dello spostamento. Apparentemente a qualcuno potrebbe parer di scorgere in questo una stridente contraddizione, in quanto abituati ad associare la competitività con il progresso e di conseguenza il continuo superamento di limiti.

Per sciogliere la questione potrebbe risultarci innanzitutto utile un'analisi dei due concetti implicati, ovvero del superamento dei limiti e dell'agonismo.

 

Superare un limite significa oltrepassare una barriera, un confine, che può essere di qualsiasi tipo, dal morale, allo psicologico, al materiale. Nell'accezione contestualizzata del parkour il concetto di limite è legato in particolare ai suoi caratteri psicologici e materiali, connotato in questo modo come appunto ostacolo da oltrepassare e superare in nome di una maggiore libertà, a differenza di come sarebbe inteso un limite in senso morale, ovvero come un confine oltre il quale non è lecito condursi. L'idea di sfida nel parkour infatti deriva proprio da questo concetto: l'ispirazione orientale da cui è pervasa la disciplina ci permette di collocare appunto l'idea di sfida in una prospettiva prettamente individuale, in cui vengono esaltate ed evidenziate le peculiarità e le differenze personali. Essendo ogni individuo differente fisicamente e mentalmente, le sfide personali del parkour vanno a delinearsi come una zona grigia di confine, posta tutt'attorno alla nostra zona di comfort. Entrando in questa "zona grigia" il praticante si trova esposto al rischio, ovvero alla consapevolezza di un pericolo e delle relative precauzioni (da non confondere appunto con pericolo, che determina invece l'incombenza di un danno che non possiamo contrastare). Ciò che comporta psico-fisicamente la presenza all'interno di questa zona ai limiti del comfort è un senso di instabilità e di ansia, derivante dall'intima coscienza di trovarsi di fronte ai propri limiti e dalla conseguente paura di confrontarsi con essi. L'approccio a questo tipo di limiti è fondamentale per lo sviluppo psicologico, emotivo e relazionale dell'individuo, qualsiasi sia la sua età e il suo sesso, in quanto permette di guadagnare confidenza e abitudine nel rapportarsi a situazioni difficili senza perdere la lucidità, oltre a stimolare incredibilmente le capacità di problem-solving e la responsabilità.

 

Il termine agonismo deriva dal greco "agonismos", che significa nulla di meno che lotta. Come sappiamo, in qualsiasi campo e situazione l'obbiettivo di una lotta è la sopraffazione dell'avversario, che sia in nome di ideali, di emozioni, di dogmi, di opinioni, di autorità o di diritti. Nella lotta il limite viene ad identificarsi con l'altro da noi, l'avversario, che in questo modo ai nostri occhi perde i connotati positivi, personali, umani e di conseguenza apprezzabili in quanto nostro simile diverso da noi, identificandosi come un ostacolo da abbattere, impersonale e provvisorio, in quanto una volta pervasi dallo spirito guerriero della lotta il nostro obbiettivo-bisogno non sarà più l'affermare la nostra superiorità su qualcuno per una qualche ragione, ma su tutti per il gusto di farlo. Questo approccio depersonalizzante e disumanizzante è sempre stato sostenuto prima di tutto a livello politico e dunque sociale, in nome della massima operatività e produttività in termini economici. 

 

Il primo e più profondo valore che sta alla base della nostra disciplina viene dunque a configurarsi come un appello senza mezzi termini all'umanità nella sua essenza di esseri coscienti e pensanti, capaci di confrontarsi e contaminarsi costruttivamente e benevolmente in virtù delle infinite differenze che ci colorano.

 

Tutto ciò ovviamente non è una condanna imprescindibile ad ogni forma di agonismo o di competizione, né all'interno né all'esterno del mondo del freerunning, bensì un richiamo al dubbio e alla riflessione, che sempre dovrebbero accompagnarci in ogni campo. Se un gruppo vuole indire un confronto tra praticanti con qualche premio simbolico ben venga, può sicuramente essere un'occasione di scambio e di contaminazione importante, purché non presenti alcuno dei caratteri negativi e distruttivi della lotta. 

 

Un'ultima riflessione va certamente svolta nei confronti delle tante competizioni televisive che ormai occupano un posto fondamentale nella coscienza comune. Il carattere di queste è fondamentalmente differente dalle competizioni agonistiche ufficiali, in quanto prima di tutto non sono vere e proprie gare ma programmi televisivi. Essendo programmi televisivi, il loro obbiettivo non è quello di permettere al migliore sfidante di dimostrare la sua superiorità, ma molto più semplicemente di aumentare gli ascolti e di conseguenza la capitalizzazione del programma. Proprio per questo prendere parte ad una di queste competizioni può avere un significato completamente diverso dal tentativo si imporsi su un avversario, in quanto la semplice partecipazione è retribuita in termini di visibilità personale, elemento di primaria importanza per chi, come tanti dei professionisti della nostra disciplina, decide di declinarla anche professionalmente per arrotondare o per viverci.

 

Elia Landolfi

 

 

 

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